La formazione dello scrittore, 7 / Vitaliano Trevisan

di ilcorsarobianco

Ripropongo un altro autoritratto, questa volta di Vitaliano Trevisan, apparso in estate su Vibrisse.
La letteratura è sociale o non è. Mi sembra di leggere questo concetto (fondamentale, banale quanto ignorato) nel secondo paragrafo dell’autoportrait di Trevisan, nella difficoltà di sentire ancora “sue” le parole apparse il un testo pubblicato o recitate da un attore, e l’esperienza teatrale credo che abbia inciso in larga parte nel mettere questo concetto in rilievo nel breve scritto, perché il drammaturgo ha l’impressione quotidiana della parola che volteggia nella sala, molto più del romanziere che ogni sera non è dietro le quinte ma nelle librerie a presentare il suo libro.
I romanzi, le pièces, vanno ad infoltire il numero delle storie di cui la comunità si nutre, di cui è espressione, di cui è causa e obiettivo.

vibrisse, bollettino

vitaliano_trevisanMi accade, di tanto in tanto, di non riuscire a dormire. Meglio lasciare il letto subito, prima che i demoni inizino con le loro insinuanti litanie. Una passeggiata notturna, lunga quanto basta perché si stanchino di aspettare. Naturalmente il paese è deserto e discretamente buio, cosa che in fondo apprezziamo, dato che non c’è niente da vedere. In questo posto, per trovarci qualcosa uno dev’esserci nato. Ma se ci è nato, com’è il caso di chi scrive, non è affatto detto che da quel qualcosa scaturiscano ricordi belli e piacevoli.

La formazione dello scrittore. Disagio è la prima parola che mi viene in mente. Molto a disagio. Anzitutto presuppone il fatto di essere formato, idea che non mi piace, specie se in riferimento alla mia scrittura – mia in corsivo non per rimarcarne il possesso, ma, viceversa, perché sono sempre più convinto che essa non sia mia. Al contempo, identificazione…

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