I Quindicimila passi

di ilcorsarobianco

Giorni fa ho ribloggato un breve autoritratto intellettuale di Vitaliano Trevisan e, con l’occasione, sono andato a scavare nel cassone dei vecchi articoli (benedetto sia il Cloud!). Ho tirato fuori questo modificandolo un po’, tagliando molto.

Conoscete il testo? L’avete letto?

Ah: ero giovane, siate indulgenti…

I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan è un resoconto: il resoconto di un evento eccezionale: la coincidenza del numero di passi dell’andata e del ritorno di due luoghi lontani. Questo evento, molto sporadico, si realizza con maggior frequenza per tragitti inferiori alle tre centinaia di passi. Più grande è il numero dei passi, minore è la possibilità di una coincidenza. Due volte, per passeggiate superiori al migliaio di passi, gli è capitato di ritrovarsi con lo stesso numero. Oltre queste due occasioni, “numero statisticamente non significativo”, un’altra volta si è realizzata una tale sorprendente coincidenza. Alla terza occasione, il numero dei passi è addirittura superiore alle decina di migliaia! Tale episodio convince il protagonista a redigere il resoconto degli eventi “intercorsi durante detto spostamento e la conversazione avuta con il notaio Strozzabosco nel suo studio”, di ben quindicimila passi. Un resoconto, dunque, che dà modo a Trevisan di attraversare con passi e parole misurate i tanti vicoli ciechi che strutturano la topografia dell’Italia, del Veneto e di Vicenza.

“Caduto poi nel corso del tempo sotto le sgrinfie dei preti che, cattolicamente, l’hanno distrutto. I preti, del resto, pensavo, distruggono sempre tutto. I preti ci distruggono tutto fin da quando siamo bambini, ci rovinano l’esistenza e non si fanno nessuno scrupolo a rovinarcela appena nati. Non passano che pochi giorni dalla nostra nascita, pensavo camminando, e già subiamo il trauma cattolico dell’acqua sulla testa”.

Trattandosi di passeggiate non poteva mancare una riflessione sulla toponomastica italiana, celebrativa, assolutoria, digestiva:

“Questa proliferazione di vie Aldo Moro e soprattutto i motivi che stanno dietro questa proliferazione di vie Aldo Moro e in definitiva lo stesso concetto di una via Aldo Moro, mi irritano indicibilmente ogni qualvolta mi imbatto, nel corso dei miei spostamenti […] in una via Aldo Moro”.

Si ha la sensazione di leggere le righe di un pazzo, le sue confessioni, di essere trascinati nella descrizione della mente ossessiva di uno schizofrenico: le continue allusioni alla pazzia, al suicidio, la descrizione di alcuni desideri come quello, ad esempio, di correre nudo attraverso i campi vicentini, e molti altri dello stesso registro, fanno sentire un odore di presa in giro, divertita, divertente. Ma la mente dell’autore, tra un delirio e un altro, viene a soffermarsi sull’abuso edilizio, per esempio, sull’informazione anestetizzante e arriva a considerazioni sull’Italia di oggi: “Niente ci riguarda meno di ciò che riguarda tutti, specialmente in questo paese retorico al massimo grado e inconcludente al massimo grado. Un nazione che si crede grande, mentre è piccola, in tutte le accezioni possibili della parola. Uno sputo sul mappamondo, queste esatte parole ho pensato stamattina riguardo al mio paese, una ridicola commedia dell’arte all’italiana, con tutto il rispetto per la commedia dell’arte, di cui so poco o nulla”.

Si racconta di una passeggiata, di un’andata e di un ritorno, ma, con tutti gli elementi che possiamo racimolare nel testo, il narratore è come se ci accompagnasse solamente all’andata e, alla fine del tragitto, ci lasciasse tornare indietro da soli, e tocca a noi far coincidere il numero dei passi.

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