Vi presento il padre di Walter White: Monsieur Balzac

di ilcorsarobianco

Walter-White

Qualche giorno fa è apparso questo articolo su La materia non è solida, che cerca di mettere ordine nel recente dibattito sulla superiorità, o meno, delle serie tv sul cinema. L’articolo cerca di ribaltare, con efficaci argomenti, la tesi facilona e giornalistica della “vittoria” delle serie tv sul cinema, rendendo evidente come il rapporto sia piuttosto inverso. Secondo il blogger il giudizio è viziato dall’entusiasmo e dall’ingenuità, dalla sorpresa di scoprire prodotti culturali di altissimi livello in qualcosa che fino a poco tempo fa, per varie ragioni, giudicavamo un prodotto di serie B.

Nella ricostruzione sommaria che viene fatta della “epopea cinematografica” vissuta dagli spettatori di tutto il mondo, l’articolo rende bene i passaggi che hanno portato alla capitolazione della tv di fronte alla qualità estetica e narrativa del cinema, una qualità che nelle serie tv emerge nel tempo “attraverso la quantità”, attraverso una “estensione quantitativa del tempo”. L’articolo si conclude con una domanda (che cosa è oggi la tv?), che è il principio di quella che vuole essere una risposta all’articolo in questione, ma anche uno slittamento rispetto all’impostazione data in quella sede.

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Dalla mia personalissima prospettiva, la tv è una vestigia del passato, è un oggetto che ricordo presente in tutta la mia infanzia, che ho visto crescere, svilupparsi, appiattirsi; e poi, lasciato il nido familiare, è divenuta un ricordo, alquanto spiacevole, rumoroso, luminoso fuori misura. Provo per la tv un’avversione personalissima, poco condivisibile, sebbene convinto che possa essere potenzialmente generazionale; guardo con minore ostilità lo schermo del computer, mi sembra che assolva la stessa funziona in maniera più onesta, più chiara, senza nascondersi nell’intermittente ruolo di soprammobile. La tv è qualcosa di molto vicino al tube, ad un mezzo di trasporto, ad un materiale, come il rame, dotato di grande capacità di conduzione.

Entrambi trasportati dalla stessa materia (lo schermo più che la tv) non credo che stabilire la superiorità di cinema o serie tv abbia un senso, per due diverse ragioni: la prima è la mia mancanza di conoscenze specifiche, strutturate, radicate, che possano permettere un discorso approfondito, con cognizione di causa; la seconda è l’avversione alle classifiche, alle graduatorie, alle liste dei buoni e dei cattivi.

A interessarmi è il piano narrativo che emerge con forza dal recente successo delle serie tv, dalla loro raggiunta maturità stilistica. Vedo in questa serie-mania (recente, almeno per me) una vittoria del romanzesco insperata, inaspettata: una vittoria colossale, che affronta a muso duro il proprio passato, che sa risorgere dalle proprie ceneri e agire sotto altre spoglie. Si afferma, modificandosi, il romanzo classico, quello ottocentesco, si afferma Dickens, come suggerisce Tommaso Ariemma, si afferma Balzac, Dumas, Dostoevskij, si afferma il feuilleton come forma di trasmissione di storie. Quando si parla di estensione quantitativa del tempo, forse per deformazione professionale, penso automaticamente al feuilleton, cioè ai racconti che apparivano a puntate nei giornali e che oggi leggiamo nei volumoni delle case editrici.

La vittoria che si registra oggi non è di una forma o dell’altra (cinema vs serie tv), ma è della narrazione strutturata, del narrativo in senso lato. Nell’epoca del parossismo narrativo ad emergere è la migliore struttura che lo accoglie: la serie, che modula, intreccia, compone quadri di infinita complessità e rimandi (penso a Gadda, ar pasticciaccio, allo iummero).

Matthew-McConaughey

Suggestioni ancora più forti mi vengono dalla trasversalità delle serie tv. Nonostante alcuni affermino che la serie tv di qualità (il riferimento è a Breaking Bad o True Detective o House of Cards, eccetera) sia un prodotto per le élites culturali, visto e apprezzato da pochi, credo esattamente l’opposto; credo che sia un prodotto molto trasversale, che attraversa diagonalmente la società ed è letto e interpretato in maniera differente, a seconda della profondità del retroterra culturale dello spettatore, proprio come un romanzo ottocentesco.

Altri due aspetti delle serie tv suggeriscono la filiazione narrativa, il legame diretto con il romanzo classico e, allo stesso tempo, la congenita trasversalità: la brevità e la ripetitività. Di inferiore durata rispetto ai lungometraggi, l’episodio della serie tv è fruibile da una fascia più ampia della popolazione, sia da coloro che hanno un tempo molto “costoso” (manager, imprenditori, dirigenti, alti funzionari, ecc.), sia coloro il cui tempo vale “poco” e per questo sono costretti a venderlo più spesso. La ripetitività aiuta a solidificare questa brevità, non permette alla nostra memoria di slacciare i nodi fil lì intrecciati, e assolve anche un’altra importantissima funzione sociale: risponde all’esigenza di continuità e linearità delle nostre esistenze contemporanee, va incontro alle inquietudini recenti di una vita che procede a balzi e per associazioni analogiche.

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La sfida contemporanea per la critica non è quella di stabilire la graduatoria delle arti (gioco col quale a lungo e spesso la critica si distrae), quanto piuttosto quella di trovare un linguaggio che sappia parlare di questo “narrativo allargato” al quale assistiamo oggi, che possa indicare con consapevolezza e precisione cosa troviamo nei romanzi, nelle serie, nei film, nei videogiochi, che arrivi finalmente a illustrare la narrativa nella sua nuova forma trasversale e non solo a rimpiangere tempi andati con parole sontuose e a balbettare giudizi estetici sul nuovo.

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