I terroristi siamo noi?

di ilcorsarobianco

Oggi ho incontrato nelle pagine di Mario Desiati, in Vita precaria e amore eterno, un passaggio che mi ha fatto riflettere sugli attentati di Parigi dei giorni scorsi.

In seguito alla pubblicazione dell’ultimo articolo ho ricevuto la stessa critica da parte di più d’un lettore: perché i terroristi saremmo noi?

Attraverso la pagina di Desiati vorrei rispondere a questa domanda e cercare di porre la questione decisiva dopo la lunga e partecipata sfilata di domenica a Parigi (e in tante altre città): chi sono i terroristi? Da dove vengono? Perché uccidono in questo modo?

La mia risposta è che vengono da molto meno lontano di quello che sembra, che una piccola Siria abita nel nostro inferno quotidiano e che prima dell’addestramento militare forniamo ai terroristi la giusta dose di odio sociale di cui hanno bisogno per superare il limite e diventare irrecuperabili.

Quella qui fornita è una visione italiana, di un mondo del lavoro che naviga a vista e tra molte difficoltà, che genera sconforto, paura e violenza. Il mondo da cui provengono gli assassini di “Charlie” è anche peggiore di questo, ma la virata terroristica presente nel testo mi ha convinto a pubblicarlo qui e a metterlo in collegamento con i fatti dei giorni passati.

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Desiati, Mario, Vita precaria e amore eterno, Mondadori, Milano, 2006, pp. 108-110:

Poldo ha il volto preoccupato. Sta sempre a fissarmi, vorrà dirmi qualcosa del tipo “Ho paura del piano di riordino  aziendale” e cose stronze del genere. Metto la testa bassa, schiarisco la voce con un colpo di tosse liquido, mi infilo la cuffia e rispondo all’ennesimo respiro e tono sconosciuto della mia vita. In quel momento uno dei nostri capetti, in lessico tecnico “tutor”, irrompe con la sua cravatta coppiata in mezzo al trambusto delle telefonate «Non avete capito un cazzo di come si lavora in questo posto. Se volete continuare a lavorare qui dovete rispettare me.» Il solito pazzo mitomane che pensa di essere un uomo arrivato. «Rispettare me significa almeno arrivare puntuali al lavoro.» Si riferisce al quotidiano ritardo di cinque minuti: tipico di chi non ha mai preso un mezzo pubblico a Roma. «Non so se qualcuno di voi avrà mai il rinnovo di contratti, qui.» Crepa.

A quel punto Poldo piagnucola: «Martin, se non lavoro qui dove vado?».

Faccio finta di compatirlo, mi indigno dicendo che un tempo si stava meglio e tutte quelle frasi di consolazione. «Martin, ti giuro che se i fanno saltare, io, io… non so.»

«La precarietà genera violenza.»

«Hai ragione Martin, mi farei saltare in aria.»

A quel punto negli occhi di Poldo passa un lampo diabolico che mette paura pure a me.

C’è in Italia questa psicosi che qualche arabo se ne vada in giro con una bella chialta di tritolo su per il culo e si faccia sbudellare in nome di Allah, Osama Bin Laden e compagnia turbante. Nessuno sospetta che lo stesso desiderio di questi arabi scoppianti sia molto vicino all’odio di Poldo e del sottoscritto. Tutti stanno attenti con gli occhi ben spalancati quando uno di questi tipi con la barba lunga mette piede dentro la metro. Ma nessuno sa che Poldo e io, senza soldi e inseguiti dai creditori, le bollette non pagate, i supermercati svaligiati, ci immoleremo contro i nostri nemici.

Immaginavo il mio call center che fumava come un bel pollo allo spiedo con le strisce di vapore che salivano verso il cielo e verso la consunzione. Odio quei bastardi che si permettono una parabola satellitare, odio quei bastardi che vanno a mangiare dentro i ristoranti quando io non so cosa mettermi dentro la pancia, odio quei bastardi che hanno l’auto grigio metallizzato e l’autista e possono leggere il giornale comodi cercando la frequenza radio che più gli aggrada dentro il traffico. Odio le vostre facce cortesi e servili con chi ha più grana di voi, arroganti e insofferenti con chi non avrà mai la vostra grana. Odio le pubblicità di auto, mutui per le case, fondi per investimento, condizionatori, ADSL e accessori che non potrò ai avere. Odio quei bastardi che acquistano potere e lusso perché licenziano la gente. Odio quella melma marcia che scrive i contratti capestro, che non paga stipendi decenti e neanche una tassa. Ti odio tutor dalla cravatta scoppiata ritto con il petto impallato, preparati alla fine. Ti voglio vedere crepare nel dolore.

Salta in aria agenzia telefonica strillano le news. …con dentro tutti i suoi capetti, aggiungerei io con mio magno gaudio ed esultanza.

Presentarmi con una cintura imbottita di tritolo, salutare tutti con un sorriso il possibile tranquillo, strafatto di serotonina con le labbra che mi tremano, il grappolo delle frasi si circostanza, «Buon giorno, come sta?, si riguardi…», la fronte aggrottata e sudata, leggermente febbricitante, il capo del personale con cravatta hawaiana mi saluta con sufficienza (“fottiti, tra un po’ ci divertiamo” penso), il vigilante (milleduecento euro mensili) che mi chiede ogni santo giorno il documento d’identità, i colleghi che stavano parlando or ora di me e della mia ossessione per Toni, il divieto assoluto di leggere sul posto di lavoro il “Messaggero” e la sua cronaca sportiva, l’ennesimo rimprovero, l’ennesimo insulto, l’ennesimo contratto mai rinnovato, l’ennesimo pomeriggio di libertà forzata, senza grana e senza speranza.

La notte prima di farsi saltare in aria un arabo scoppiante beve vino, mangia pollame, pane di segale e fortissimo couscous con cipolle e sedano. Nel regno dei cieli troverà settantasette odalische che lo attendono e lo premieranno. In nome di Dio moriranno con me questi peccatori. E anche io con loro.

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