Il Corsaro Bianco

I terroristi siamo noi?

Oggi ho incontrato nelle pagine di Mario Desiati, in Vita precaria e amore eterno, un passaggio che mi ha fatto riflettere sugli attentati di Parigi dei giorni scorsi.

In seguito alla pubblicazione dell’ultimo articolo ho ricevuto la stessa critica da parte di più d’un lettore: perché i terroristi saremmo noi?

Attraverso la pagina di Desiati vorrei rispondere a questa domanda e cercare di porre la questione decisiva dopo la lunga e partecipata sfilata di domenica a Parigi (e in tante altre città): chi sono i terroristi? Da dove vengono? Perché uccidono in questo modo?

La mia risposta è che vengono da molto meno lontano di quello che sembra, che una piccola Siria abita nel nostro inferno quotidiano e che prima dell’addestramento militare forniamo ai terroristi la giusta dose di odio sociale di cui hanno bisogno per superare il limite e diventare irrecuperabili.

Quella qui fornita è una visione italiana, di un mondo del lavoro che naviga a vista e tra molte difficoltà, che genera sconforto, paura e violenza. Il mondo da cui provengono gli assassini di “Charlie” è anche peggiore di questo, ma la virata terroristica presente nel testo mi ha convinto a pubblicarlo qui e a metterlo in collegamento con i fatti dei giorni passati.

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Desiati, Mario, Vita precaria e amore eterno, Mondadori, Milano, 2006, pp. 108-110:

Poldo ha il volto preoccupato. Sta sempre a fissarmi, vorrà dirmi qualcosa del tipo “Ho paura del piano di riordino  aziendale” e cose stronze del genere. Metto la testa bassa, schiarisco la voce con un colpo di tosse liquido, mi infilo la cuffia e rispondo all’ennesimo respiro e tono sconosciuto della mia vita. In quel momento uno dei nostri capetti, in lessico tecnico “tutor”, irrompe con la sua cravatta coppiata in mezzo al trambusto delle telefonate «Non avete capito un cazzo di come si lavora in questo posto. Se volete continuare a lavorare qui dovete rispettare me.» Il solito pazzo mitomane che pensa di essere un uomo arrivato. «Rispettare me significa almeno arrivare puntuali al lavoro.» Si riferisce al quotidiano ritardo di cinque minuti: tipico di chi non ha mai preso un mezzo pubblico a Roma. «Non so se qualcuno di voi avrà mai il rinnovo di contratti, qui.» Crepa.

A quel punto Poldo piagnucola: «Martin, se non lavoro qui dove vado?».

Faccio finta di compatirlo, mi indigno dicendo che un tempo si stava meglio e tutte quelle frasi di consolazione. «Martin, ti giuro che se i fanno saltare, io, io… non so.»

«La precarietà genera violenza.»

«Hai ragione Martin, mi farei saltare in aria.»

A quel punto negli occhi di Poldo passa un lampo diabolico che mette paura pure a me.

C’è in Italia questa psicosi che qualche arabo se ne vada in giro con una bella chialta di tritolo su per il culo e si faccia sbudellare in nome di Allah, Osama Bin Laden e compagnia turbante. Nessuno sospetta che lo stesso desiderio di questi arabi scoppianti sia molto vicino all’odio di Poldo e del sottoscritto. Tutti stanno attenti con gli occhi ben spalancati quando uno di questi tipi con la barba lunga mette piede dentro la metro. Ma nessuno sa che Poldo e io, senza soldi e inseguiti dai creditori, le bollette non pagate, i supermercati svaligiati, ci immoleremo contro i nostri nemici.

Immaginavo il mio call center che fumava come un bel pollo allo spiedo con le strisce di vapore che salivano verso il cielo e verso la consunzione. Odio quei bastardi che si permettono una parabola satellitare, odio quei bastardi che vanno a mangiare dentro i ristoranti quando io non so cosa mettermi dentro la pancia, odio quei bastardi che hanno l’auto grigio metallizzato e l’autista e possono leggere il giornale comodi cercando la frequenza radio che più gli aggrada dentro il traffico. Odio le vostre facce cortesi e servili con chi ha più grana di voi, arroganti e insofferenti con chi non avrà mai la vostra grana. Odio le pubblicità di auto, mutui per le case, fondi per investimento, condizionatori, ADSL e accessori che non potrò ai avere. Odio quei bastardi che acquistano potere e lusso perché licenziano la gente. Odio quella melma marcia che scrive i contratti capestro, che non paga stipendi decenti e neanche una tassa. Ti odio tutor dalla cravatta scoppiata ritto con il petto impallato, preparati alla fine. Ti voglio vedere crepare nel dolore.

Salta in aria agenzia telefonica strillano le news. …con dentro tutti i suoi capetti, aggiungerei io con mio magno gaudio ed esultanza.

Presentarmi con una cintura imbottita di tritolo, salutare tutti con un sorriso il possibile tranquillo, strafatto di serotonina con le labbra che mi tremano, il grappolo delle frasi si circostanza, «Buon giorno, come sta?, si riguardi…», la fronte aggrottata e sudata, leggermente febbricitante, il capo del personale con cravatta hawaiana mi saluta con sufficienza (“fottiti, tra un po’ ci divertiamo” penso), il vigilante (milleduecento euro mensili) che mi chiede ogni santo giorno il documento d’identità, i colleghi che stavano parlando or ora di me e della mia ossessione per Toni, il divieto assoluto di leggere sul posto di lavoro il “Messaggero” e la sua cronaca sportiva, l’ennesimo rimprovero, l’ennesimo insulto, l’ennesimo contratto mai rinnovato, l’ennesimo pomeriggio di libertà forzata, senza grana e senza speranza.

La notte prima di farsi saltare in aria un arabo scoppiante beve vino, mangia pollame, pane di segale e fortissimo couscous con cipolle e sedano. Nel regno dei cieli troverà settantasette odalische che lo attendono e lo premieranno. In nome di Dio moriranno con me questi peccatori. E anche io con loro.

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Je suis PAS Charlie

Ieri sera sono tornato in Francia dopo venti giorni.

Non ho mai visto tutta questa gente a Aix-en-Provence, non l’ho mai vista tutta insieme e così uguale, con gli stessi volti, le stesse parole, magliette, braccialetti, spille, candele.

Sono andato verso il centro della piazza che ospita la Mairie perché mi era sembrato di intendere “Charlie, inshallah”. “Inshallah”, come mi hanno insegnato i venditori di sigarette di contrabbando di Barbès, significa pressappoco “Se dio vuole”, “A dio piacendo”, ma si usa comunemente per salutare qualcuno.

Invece, non accadeva nulla di tutto questo e la frase gridata dalla folla era: “Charlie c’est moi”. Come tornato con i piedi per terra dopo una allucinazione ho cominciato a guardarmi intorno e uomini con le candele in mano gridavano d’essere Charlie. Mi sono girato ancora e una donna recitava un preghiera abbracciata a sua figlia.

Eppure sono un giornalista, eppure credo ciecamente nella libertà, eppure sono occidentale, francese d’adozione o “d’abitazione”, eppure sono legato alla satira come a molte altre forme tipiche della nostra cultura, a cui dedico la mia vita. E allora? E allora non sono Charlie, doppiamente, sia perché un attentato non ha niente a che vedere con la cultura, l’identità, la libertà, nulla a che vedere con l’umano tout court, sia perché trovo inquietante, pericoloso, persino macabro definirsi in una situazione come questa. L’affermazione culturale, identitaria, non ha bisogno delle tragedie, e soprattutto non ha bisogno di questa spettacolarizzazione. Ieri ho letto addirittura di un video fatto in diretta dell’inseguimento dei terroristi, mi è sembrato di vivere un film, una narrazione talmente massiccia da ricoprire completamente la realtà, dove la realtà non è altro che materiale di bassa lega per una storia raccontata in tempo reale.

Definirsi ora, con i corpi ancora caldi nelle bare, con il sangue ancora rappreso sui marciapiedi è pericoloso. Soprattutto, definirsi ora, e non ogni giorno davanti a milioni di persone che muoiono sotto i proiettili della fame, della disoccupazione, della precarietà,  delle guerre preventive, additare il terrorismo come qualcosa che appartiene a un altro da Noi è pericoloso. Questo è allontanare ancor di più il momento dell’autocritica, della riflessione collettiva.

Il terrorismo non esiste oggettivamente, perché il terrorismo siamo noi, viviamo di un terrorismo in tono minore, a basse vibrazioni, che ha fatto registrare un acuto; il terrorismo è la nostra isteria quotidiana. Seguiranno altre scosse e poi tornerà a tonalità talmente gravi da diventare impercettibile sottofondo.

I morti sono morti, ma adesso non bisogna metterli, imbalsamati, nella vetrina dell’occidente tirata a nuovo per l’occasione, non basta rispolverare vecchi slogan, non basta versare secchiate di colla sociale utile al prossimo giro elettorale, bisogna cominciare a riflettere su quanto Charlie sia soltanto una concrezione d’orrore che vive diluito nella nostra quotidianità, di cui siamo allo stesso modo vittime e responsabili. L’unico tributo che onorerà queste tredici persone e tutte quelle che nelle prossime ore faranno la stessa fine sarà quello di una riflessione collettiva e lontana da sensazionalismi, profonda e instancabile, onesta e proficua. Je suis pas Charlie, désolé.

Un esempio (estremo, certo, per la sua stupidità) di come i puri sentimenti e i sensazionalismi possano essere pericolosi

Un esempio (estremo, certo, per la sua stupidità) di come i puri sentimenti e i sensazionalismi possano essere pericolosi

Alessandra Sarchi – Professione scrittore 11

Un’intervista carina ad un’autrice che non ho mai letto (e chissà se la riuscirò mai a leggere), che mi ha fatto tornare in mente l’idea di scrivere una tesi di laurea sulla figura dell’editor. Mi piacerebbe esplorare il lavoro di questo demiurgo multiforme – e da quanto apprendo da questa intervista più socratico che platonico – della narrativa italiana.

VITA DA EDITOR

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Alessandra Sarchi, studiosa di storia dell’arte con un dottorato di ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha esordito nel 2008 con una raccolta di racconti: Segni sottili e clandestini (Diabasis); successivamente sono stati pubblicati da Einaudi Stile libero i romanzi Violazione (vincitore del premio “Paolo Volponi Opera prima”) e L’amore normale.
Il suo sito internet è: http://www.alessandrasarchi.it/.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Ho scritto fin da quando ero piccola. Quaderni di favole e rielaborazioni di fumetti o cartoni animati che facevo incollando figure e frasi. Scrivere era soprattutto un tentativo di rielaborare il vissuto, o il visto, riprodurne l’essenza a parole, stupendomi ogni volta che fosse così inafferrabile. Credo di aver sempre avuto un’attrazione mimetica per la vita: riprodurla, ricrearla. Ho continuato a scrivere al liceo e all’università. L’intento di scrivere per pubblicare si è manifestato però relativamente tardi, per molto tempo ho…

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La formazione dello scrittore, 27 / Vanni Santoni

Ripropongo la formazione dello scrittore Vanni Santoni, ultimo capitolo della bella iniziativa sollecitata da Giulio Mozzi su Vibrisse.
Si parla sopratutto di letture, di autori che hanno contribuito -letti in un certo modo- alla sua formazione di scrittore. Molto bella la carrellata novecentesca e molto utile per chi fosse alla ricerca di suggerimenti di lettura.

vibrisse, bollettino

[Questo è il ventisettesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Vanni per la disponibilità. gm]

vanni_santoniLa base di tutto: in casa mia c’erano molti libri e fumetti, e io li leggevo. Ho cominciato a scrivere molto tardi ma a leggere molto presto, e anche molto seriamente. Mio nonno mi leggeva i classici; dalla biblioteca di mio padre attingevo indifferentemente libri da bambini e libri da adulti, fumetti da bambini e da adulti (c’erano del resto a disposizione collezioni integrali di Linus, Corto Maltese, Alter, L’Eternauta…). I miei libri preferiti da bambino erano quelli di Calvino, Borges, Andrea Pazienza e Umberto Eco; tra quelli effettivamente destinati all’infanzia apprezzavo molto il romanzo La pietra del vecchio pescatore e tra i fumetti la

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Sparire con indifferenza.

Luciano Arruga e Stefano Cucchi. Lo stato è ingiusto.
Le storie si incrociano a migliaia di chilometri di distanza, quando il nemico non è al tuo fianco ma sopra di te e comanda e legifera.

El Ajiaco

Qui il link all’articolo.

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Cade il Muro di Berlino (Cronache del Muro 25°, #7)

9 novembre 1989. Prendere la Storia a picconate.

D.O.

Muro9 novembre 1989
9.00. Il Politbüro della Sed incarica quattro funzionari del ministero dell’Interno e della Stasi di riscrivere il progetto di legge sulla libertà di viaggio ed espatrio. Si concorda sulla necessità di abolire ogni restrizione, in futuro, sul varco dei confini tra DDR e Stati confinanti.
15.00. Il progetto di legge è pronto.
16.00. Egon Krenz presenta il progetto di legge al comitato centrale della Sed e convoca una conferenza stampa.
18.00. Durante la conferenza stampa in diretta televisiva internazionale il portavoce della Sed, Günter Schabowski, annuncia la legge sulla libertà di espatrio. Il corrispondente dell’agenzia Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, gli chiede quando entrerà in vigore. Schabowski risponde: “Da subito!”
19.05. L’Associated Press lancia la notizia: “La DDR apre le frontiere”.
19.41. Lancio della Dpa: “La frontiera della DDR… è aperta”.
20.15. I primi berlinesi dell’Est iniziano a varcare…

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Quando l’editoria diventa una questione di pancia. Con un’intervista a Christian Raimo 

Ripropongo l’articolo uscito su Nazione Indiana il 5 novembre.

Tra il 10 ottobre e il 14 ottobre sono apparsi on-line due articoli che parlano grosso modo dello stesso tema, anche se da prospettive molto diverse: la crisi dell’editoria. Il primo pezzo è un’intervista fatta da Tim Small a Martina Testa, attualmente traduttrice freelance ma che in passato ha lavorato per minimum fax; il secondo articolo è di Simone Cosimi dai toni più accesi della polemica, comparso sul sito di Wired.

I due articoli sono collegati, perché l’articolo di Cosimi prende lo spunto da alcune frasi riportate da Small, che servono al giornalista di Wired per sostanziare la sua tesi: se l’editoria è in crisi, la colpa è degli editori, i quali non hanno saputo fare bene il loro lavoro durante gli ultimi anni e le conseguenze della loro reiterata inettitudine è che oggi la maggior parte dei creativi che gravitano nell’universo editoriale, come ad esempio Federico Di Vita, sono costretti a lavorare gratis.

La frase di Martina Testa incriminata e riportata interamente da Cosimi è la seguente:

“Intorno a quegli anni abbiamo iniziato effettivamente a parlare di soldi, di vendite, di copie, a chiederci se un libro avrebbe ripagato le spese. Forse anche per imperizia, per scarsa competenza, professionalità, quel che vuoi, ma erano cose fatte con passione più che in maniera studiata, seria. Certi discorsi non li affrontavamo proprio. Ma il fatto che non li affrontassimo era anche sintomo del fatto che forse non era necessario affrontarli. Il modo di campare – nessuno è mai diventato ricco – si trovava. Anche senza un’attenzione alla parte commerciale, anche se non sapevamo bene come si facesse, i libri, in qualche maniera, si vendevano. Forse anche da soli. Nei primi anni non parlavamo mai di questo”.

E dopo aver riportato la frase, il giornalista di Wired conclude il suo pensiero sommando le cifre, facendo il bel segno dell’uguale e dicendo: siete degli incapaci. Basta giustificazioni.

La questione, posta così, è risolta: noi bravi e preparati non veniamo pagati (si percepisce in filigrana il risentimento personale), voi incapaci continuate a posare nei salotti in cui non siamo ammessi; vi odiamo tutti, siete cattivi.

Sto esagerando, ma il discorso di Cosimi è uno sfogo che rischia di essere infantile, nulla di più. Non ha alcuna sostanza critica, proprio come il fenomeno dei #coglioniNo che giustamente il giornalista cita. Detto ciò, appoggio la protesta di Di Vita – del quale ho apprezzato il testo uscito anni fa per Effequ – e sono contento di vedere che il problema del ritardo dei pagamenti e la crisi del mondo editoriale venga dibattuto pubblicamente, così da attivare la mente di tutti alla ricerca di soluzioni pratiche e teoriche.

Nessuna necessità di grida, di appendere sulla croce i colpevoli, di mettere alla gogna editori, di insultarli pubblicamente; questo è solo un metodo scandalistico che allevia il sintomo e non cura il problema, unico metodo che in Italia ha un successo clamoroso da vari anni.

A star cambiando è il modo di fruire le storie da parte del pubblico, non mi riferisco unicamente alla rivalità cartaceo vs digitale, che oggi appare sempre più una scelta obbligata, ma parlo proprio del contenitore nel quale il “narrativo” è trasportato. La necessità di ascoltare storie, di viverle, è sempre nell’uomo molto forte (nessuna mutazione genetica, state tranquilli!), solo che ad essere cambiata è l’espressione, il mezzo. Il libro, mi riferisco qui al romanzo di fiction, è diventato da veicolo incontrastato di storie un mezzo tra i tanti, e anche dalle scarse potenzialità. Se ci pensiamo bene, il libro in sé è un oggetto alquanto vintage, non ha neanche un dizionario incorporato, per esplorare come si deve il linguaggio di un autore è necessario avere a portata di mano un mattone di tremila pagine (il dizionario, cioè) o un bloc-notes in cui appuntare continuamente parole; con il libro cartaceo non si possono fare verifiche in tempo reale su eventi citati da un autore (cosa che capita più spesso con i saggi che con i romanzi, ma provate a leggere Eco o Genna senza aver voglia di andare a vedere se tale personaggio o talaltro è veramente esistito); e via dicendo. La passione per il libro cartaceo sembra una questione per feticisti.

Oltre i limiti fisici del libro cartaceo ce ne sono altri, strutturali, e meno gravi, perché pertengono al gusto personale dei consumatori: il romanzo è linguistico nel primo senso della parola, è attraverso il linguaggio che io esploro le immagini, intreccio le storie, vivo le narrazioni; altri tipi di narrazione allargano il senso di “linguistico” attraverso l’impiego di immagini e suoni (è il caso di alcune serie tv che raggiungono livelli narrativi di altissimo livello, in maniera molto più strutturata del lungometraggio), oppure attraverso complessi meccanismi tecnici che permettono al consumatore di creare da sé una storia (questa frase scritta trentacinque anni fa forse avrebbe fatto pensare solo a Rayuela di Cortázar, oggi si riferisce ai videogame).

La “narratività” ha raggiunto oggi una tale stabilità che può passare attraverso moltissimi materiali senza problemi, libri certo, ma anche serie tv e videogame. Siamo circondati da storie, si sono continuamente moltiplicate in vario modo, con la conseguenza però di stravolgere il panorama che abbiamo contemplato finora: il mondo editoriale, per forza di cose, subirà una nettissima restrizione, e i primi segnali di questo violento passaggio sono, ahimè, i #coglioniNo, in particolare quelli che bazzicano il campo editoriale. Oltre questo passaggio culturale influiscono anche fattori economici di grande portata, come chiarisce meglio l’intervista a Christian Raimo.

Aspetto, questo dell’ affacciarsi di nuovi potenti mezzi di trasmissibilità del narrativo, che Cosimi non prende per nulla in considerazione, seppure offerti bellamente da Martina Testa che limpidamente afferma: “E devo ammettere che se quando avevo 18 anni ci fosse stata la PlayStation3 con giochi come The Last Of Us, e la sua suspense, francamente col cazzo che avrei passato tutto quel tempo a leggermi Baricco”.

La questione sembra piuttosto essere questa: gli editori hanno risposto con molta lentezza al cambio di paradigma culturale, operando scelte sbagliate e svuotando le sacche di ricchezza presenti nel paese, ma questo non vuol dire che debbano cedere e lasciarsi inglobare da armi di distruzione culturale e appiattimento generale dell’umanità come Amazon o Google, solo perché sono “più abili” nella gestione economica dell’editoria. Il narrativo, quello che passa attraverso la forma romanzo, ha ancora un buon numero di estimatori e delle grandi potenzialità di crescita, anche se il bacino economico è nettamente inferiore rispetto a quello da cui attingeva anni fa, ovvero negli anni in cui deteneva il monopolio della narrazione.

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Intervista a Christian Raimo
Hai letto l’articolo apparso su wired.it “Cari editori, non può essere sempre colpa della crisi” scritto da Cosimi? Cosa ne pensi?
Monnezza.
Nel senso?
Nel senso che riporta la fenomenologia della questione senza andare ad indagare le cause. La difficoltà delle aziende editoriali, oggi, è un dato di fatto. Dire che questa questione è solo responsabilità degli editori, per me, è fare del grillismo, non rendersi conto di quale sia il contesto sociale politico economico nel quale operano gli editori d’oggi. Quando si dànno delle colpe personali e non delle colpe legislative, sociali, economiche, non si arriva da nessuna parte. È vero, ci sono degli editori che si sono comportati male, che si comportano male, e sarebbe anche giusto fare i nomi; ci sono vari editori che non pagano o che hanno tali ritardi nei pagamenti che è come se non pagassero.
Cosimi non centra il punto della questione, ma qual è il vero punto della questione dal tuo punto di vista?
Ci sono tanti livelli del problema, diversi. Il migliore libro italiano sulla questione editoriale è un testo da me curato, non perché l’abbia curato io, ovviamente, si chiama Come finisce il libro dello scrittore Alessandro Gazoia. C’è un problema di passaggio di paradigma storico rispetto alla cultura: stiamo passando da un paradigma storico in cui c’è l’industria culturale e, poi, un’utenza, ad uno in cui c’è un’industria culturale diffusa. Questo è innegabile: oggi gli editori sono Google, Apple, Amazon. In realtà, la distribuzione ha assunto un ruolo di agenzia culturale: questo è un passaggio fondamentale. Amazon sta creando un sistema proprietario, dove la distribuzione si è reinventata come edizione, stravolgendo la funzione della lettura come agenzia educativa, agenzia critica, facendola diventare una mera industria legata semplicemente al mercato.
Martina Testa parla del concetto e del ruolo dell’intrattenimento, cosa ne pensi?
La questione fondamentale è capire come il libro si lega, da una parte, alla tradizione del libro – ed è quindi fondamentale per lo sviluppo della nostra civiltà -, dall’altra, analizzare lo sviluppo che ha avuto l’industria editoriale nella formazione civile delle società attuali. Se tutto questo viene ridotto semplicemente al funzionamento dell’industria culturale, per me, viene meno una grossa parte della politica e della civiltà di un paese. Per quanto Amazon sia iper-funzionante, non ha quel ruolo di agente culturale che deve avere un’industria culturale.
Come si fa, secondo te, per restituire un ruolo di guida all’industria culturale?
Con delle leggi, anche solo un paio, tassando chi ha dei regimi di monopolio. Ad esempio, Amazon paga le tasse in Lussemburgo, per dirne una, quindi non reinveste in Italia, nell’educazione alla lettura. Amazon crea reddito per gli azionisti, per i dividendi. Bisogna investire, con aiuti di Stato, nell’editoria di qualità. Non capisco come è possibile che la Fiat non vendendo le auto è sopravvissuta per decenni con aiuti di Stato e aziende che hanno avuto un ruolo centrale nell’educazione degli italiani non abbiano questo diritto. 
Sono cresciuto in una cultura in cui il dibattito pubblico era alimentato da testi critici, saggistica, editoriali, commenti; questo è il modo in cui io ho imparato a fare cultura. Mi sembra un modo centrale di fare cultura: una posizione critica nei confronti della società, che si rinnova, che crea cittadini consapevoli. È una cultura del libro nata in àmbito umanistico, a cui mi rifaccio. Questo è indipendente dai supporti che si usano, può avvenire con la carta o con il digitale. Se penso all’eventualità che le fictions sostituiscano i libri, che Facebook rimpiazzi il romanzo: no, per me non è così. Sono forme di intrattenimento competitive, ma come dice Martina Testa, dedichiamo al libro una minore quantità di tempo. Per questo, vorrei dedicarmi a libri che meritano veramente.
Non pensi che la “narratività” si stia trasferendo su altri supporti che la accolgono molto bene? Penso a Breaking Bad, a True Detective, a House of Cards, che hanno solidissimi impianti narrativi; non credi che questo vada a prendere un posto che fino ad allora era occupato quasi esclusivamente dal romanzo di fiction?
Penso che per il romanzo questa sia una sfida ancora più interessante. Penso sia ovvio che cercheremo nella qualità di un romanzo qualcosa di competitivo con Breaking Bad. Breaking Bad è scritta da Dio, è ovvio che mi faccia appassionare. Recentemente sono andato a vedere uno spettacolo di Lucia Calamaro, che possiede una delle scritture migliori in Italia, e uscendo da lì, ho pensato che la drammaturgia italiana non sia in perdita rispetto a Breaking Bad. Ovviamente Lucia Calamaro non è una persona che ha letto solo Lacan o Proust, ma ha visto anche Breaking Bad, quindi ha pensato un teatro che sia competitivo anche con quello. Ho letto recentemente bei libri che non prescindono dall’esistenza di Breaking Bad o The Wire. Wallace ha scritto il Re Pallido dopo aver visto The Wire.
La mia domanda era piuttosto su chi avesse un ruolo preminente nel trasmettere narrazioni…
Quando eravamo piccoli, ci fu l’invasione dei cartoni animati giapponesi. Si credeva che questi cartoni togliessero completamente ai ragazzi la possibilità di leggere libri. Io passavo moltissimo tempo guardare la televisione, ma questo mi ha insegnato a leggere in maniera diversa i romanzi, a chiedere delle formule narrative altre. Dopo aver visto Breaking Bad, se trovo un noir scritto male, mi annoio. E magari mi guardo un’altra serie. Ma se trovo un romanzo che concilia la qualità della trama con una scrittura eccelsa, me lo “ciuccio da morire”. Limonov non è concorrente con Les revenantes sebbene siano scritti dallo stesso autore: sono due opere complesse e meravigliose, scritte da un autore che cerca di fare il meglio, sia come scenarista che come romanziere.
Nonostante il cambiamento di paradigma pensi che il romanzo conservi il suo posto preminente e…
…Si deve sempre reinventare. “Romanzo” vuol dire tutto e non vuole dire niente, possiede una grande plasticità: se pensiamo il romanzo… è Don Chisciotte, è Proust, ma anche Margaret Mazzantini e Daria Bignardi. Il romanzo si reinventa, rinasce dalle proprie ceneri, qualcosa di talmente classico che non morirà. Negli ultimi anni sono usciti romanzi bellissimi e la gente ha continuato a leggerli. Breaking Bad non sarebbe stato possibile senza i Demoni di Dostoevskij.
Il romanzo come simbolo di una classe sociale è definitivamente finito?
Questo non è vero. Anche le serie tv sono simbolo di una classe sociale. Pensa che 3,5 milioni di persone vedono le fiction di Raiuno e in confronto coloro che vedono Breaking Bad sono una minoranza.
Che classe sociale?
Secondo me, c’è un grande “classismo dell’intelligenza”, nel senso che la possibilità di accesso alle piattaforme più costose o la possibilità di codificare meccanismi di significato più complessi, come Breaking Bad, divide la società in maniera classista: persone intelligenti e persone non intelligenti. Tutto questo è una nuova forma di classe sociale. Noi parliamo di Breaking Bad che rivoluziona il romanzo. Ma quanta gente guarda Breaking Bad? Noi guardiamo Breaking Bad! Se vai in qualunque paese di provincia, se vai in un liceo qualunque, la gente non guarda Breaking Bad. I ragazzi stanno di fronte alla televisione, guardando una tv generalista che fa schifo. Ci sono consumi culturali per fasce alte e consumi culturali per fasce basse.
Pensi che un diciassettenne iscritto ad un istituto tecnico nella provincia di Varese non abbia visto Breaking Bad?
Penso che la percentuale sia molto limitata. Ci sono statistiche che dicono che gli under 18 del sud non hanno mai visto un film al cinema, non hanno mai fatto sport, non hanno un computer e non hanno mai letto un libro. Io insegno in un liceo “bene” e anche in un liceo “bene” l’accesso a prodotti culturali alti è una cosa che la maggior parte dei ragazzi non fa. La tv generalista, per il 95% delle persone, è la principale fonte di accesso all’informazione. Ci sono tassi di analfabetismo funzionale. L’ultima fiction della Rai, Nuova vita, ha avuto 9 milioni di persone di audience. Ogni fiction che vada bene, in Italia, ottiene tra 6 e 9 milioni di spettatori. Breaking Bad, in Italia, se lo hanno visto 100.000 persone, è grasso che cola.
Ultima domanda: secondo te la nostra esperienza esistenziale è ancora “narrativizzabile”? Il romanzo ha ancora la capacità di contenere le nostre esperienze sempre più frammentarie?
Mi sono laureato su Ricoeur, il quale pensa che le esistenze si strutturino come storie e, in questo senso, penso che ci sia un eccesso di storytelling. Oggi tutto è storia. Storia la morte, storia la malattia: c’è un eccesso di storytelling e un difetto di critica. Ovviamente, lo storytelling si adatta a varie ristrutturazioni. Oggi il romanzo deve considerare una grande quantità di sub-plot, perché non solo le nostre esistenze sono più frammentarie e meno prevedibili, ma è aumentata anche la nostra capacità di tenere insieme più livelli narrativi. Se vedi oggi una puntata di Magnum P.I. appare terribilmente noiosa con una sola linea narrativa. Una qualunque serie di oggi presenta sei o sette linee narrative e si riesce a seguirle in maniera tranquilla. Questo dipende dalla nostra percezione, che sta cambiando; è in corso la trasformazione di un’area del cervello, che si chiama “Area di Brodmann”, incaricata della funzione di multitasking, che sviluppiamo fin da piccoli giocando ai videogiochi e guardando la tv.